Peter Thiel. Predicare l’Anticristo a Roma
La fine del mondo secondo chi la finanzia
Roma, marzo 2026. In una sede privata, Peter Thiel ha tenuto un ciclo di quattro conferenze su Bibbia, Cristo e fine dei tempi. La notizia è trapelata, accompagnata da una tempesta mediatica che già dice qualcosa sul personaggio: l’uomo che ha co-fondato PayPal, creato Palantir — l’azienda che vende sistemi di sorveglianza e analisi dei dati ai governi di mezzo mondo — e finanziato Donald Trump e JD Vance, si presenta a Roma anche come interprete cristiano dell’Anticristo. Vale la pena riflettere su questa pretesa per comprenderne il senso.
Due parole chiave da capire prima di tutto: katechon ed eschaton
Per seguire il ragionamento di Thiel servono due concetti che lui mette al centro di tutto il suo discorso, entrambi di origine greca.
Il primo è il katechon, che significa letteralmente «colui che trattiene». Compare soltanto due volte nella Seconda Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi (2, 6-7), dove l’apostolo descrive una forza misteriosa che ritarda la manifestazione di quella che chiama il «mistero dell’iniquità»: cioè l’irruzione piena del male nella storia. Nel corso dei secoli, i teologi hanno identificato questa forza frenante in modi diversi: l’Impero Romano, la Chiesa, lo Stato cristiano, l’autorità legittima in quanto tale. È un concetto che ha attraversato tutta la storia del pensiero politico cristiano, da Tertulliano ad Agostino, fino al giurista tedesco Carl Schmitt nel Novecento.
Il secondo concetto è l’eschaton, che indica la realtà ultima, il compimento della storia nella sua dimensione religiosa: non semplicemente la «fine» come cessazione di tutto, ma il traguardo verso cui tutta la vicenda umana si orienta nella fede cristiana.
A questo punto va chiarito un equivoco molto diffuso. La parola «apocalisse», nel linguaggio comune, evoca catastrofe e distruzione. Ma il suo significato originario è del tutto diverso: il greco apokálypsis significa «rivelazione», lo svelarsi di ciò che era nascosto. Nella tradizione biblica, l’apocalisse è anzitutto una rivelazione di Dio, una forma di conoscenza salvifica, non una profezia di terrore.
Thiel usa questi concetti teologici con una disinvoltura che tradisce una certa superficialità, anche quando sembra muoversi con erudizione.
In concreto, costruisce una tavola di opposti: da un lato colloca il katechon, e lo identifica con quello che chiama «Paganesimo Cristiano» — cioè Costantino, la Messa Tridentina, la violenza sacra, la ricchezza dinastica, il conservatorismo nazionale. Dall’altro lato colloca l’eschaton, e lo identifica con l’«Iper-Cristianesimo» — cioè Madre Teresa, la teologia della liberazione, la non violenza, la Chiesa che rinuncia al potere economico. Lo schema rivela il progetto intellettuale che lo sorregge: un dualismo rigido, quasi manicheo — dove tutto è bianco o nero, senza sfumature — che riduce la complessità della storia cristiana a una griglia binaria funzionale alla sua tesi politica.
Un pensiero che parla di fine del mondo, ma senza il centro del cristianesimo
Il paradosso fondamentale del pensiero di Thiel è che si presenta come discorso sulla fine dei tempi senza essere, in senso proprio, cristiano nel suo nucleo. In tutta la conferenza, l’apocalisse non funziona come categoria teologica — cioè come discorso su Dio e sulla salvezza — ma come categoria politica. Thiel lo dichiara apertamente: non vuole speculare sul «giorno e sull’ora» della fine, ma vuole capire se siamo «nella settimana, nel mese, nel secolo» che la precede. L’orizzonte religioso viene così progressivamente svuotato del suo contenuto di fede: ciò che conta non è il ritorno di Cristo, ma l’individuazione dell’Anticristo come forza politica concreta. Il Vangelo diventa strumento di analisi geopolitica.
Questo approccio non è nuovo nella storia americana del fondamentalismo protestante. Come Thiel stesso ricorda, nel 1844 i «milleriti» — i seguaci del predicatore battista William Miller — erano convinti che Gesù Cristo sarebbe tornato sulla terra il 22 ottobre di quell’anno. La tradizione di identificare le profezie bibliche con eventi storici concreti è antica e si è conclusa spesso in cocenti delusioni. Ma Thiel crede di essere più sofisticato: non predice il giorno, ma costruisce una chiave di lettura del tempo presente. Il problema è che questa chiave di lettura è essenzialmente ideologica: l’Anticristo finisce sempre per coincidere con le forze che si oppongono a ciò che Thiel stesso promuove, cioè l’accelerazione tecnologica e la frammentazione geopolitica.
La conclusione pratica è brutale: qualsiasi tentativo di regolamentare l’intelligenza artificiale, di istituire organismi di governo globale, di porre freni allo sviluppo tecnologico, diventa — in questa griglia — una preparazione al regno dell’Anticristo. La frase di san Paolo nella Prima Lettera ai Tessalonicesi (5, 3) — «quando diranno pace e sicurezza, allora una distruzione improvvisa piomberà su di loro» — diventa per Thiel la descrizione del programma politico dei suoi nemici: tutti coloro che chiedono un ordine sovranazionale e moderazione tecnologica. È un’operazione retorica di straordinaria efficacia, e di altrettanto straordinaria ambiguità.
René Girard: un maestro usato e tradito
Il riferimento a René Girard è centrale nella conferenza, ed è anche il punto in cui il pensiero di Thiel mostra la sua maggiore profondità — e il suo maggiore pericolo.
Chi era Girard? Un pensatore francese che ha insegnato a lungo a Stanford, dove Thiel è stato suo studente e poi suo vicino di casa. Girard ha elaborato una teoria potente e originale: tutte le società umane si fondano su un meccanismo di violenza in cui un gruppo scarica le proprie tensioni su una vittima innocente, il «capro espiatorio». Questo sacrificio produce ordine e pace sociale, ma al prezzo dell’ingiustizia. Secondo Girard, il significato profondo del cristianesimo sta proprio nel fatto che Cristo, accettando di essere il capro espiatorio definitivo, ha rivelato e smascherato questo meccanismo: dopo la Croce, non è più possibile sacrificare un innocente «con innocenza», cioè senza sapere cosa si sta facendo. È una delle apologie cristiane — cioè difese ragionate della fede — più potenti del Novecento.
Thiel eredita da Girard la categoria del capro espiatorio e la applica alla geopolitica contemporanea: chi viene sacrificato sull’altare della globalizzazione? Chi diventa il nemico necessario a tenere in piedi l’ordine mondiale? Ma nel fare questo, trasforma il pensiero di Girard in un modo che Girard stesso avrebbe probabilmente rifiutato. Per Girard, il meccanismo del capro espiatorio è ciò che va smascherato e superato; per Thiel, diventa uno strumento di analisi del potere, quasi una tattica da maneggiare con intelligenza. Girard era, come Thiel ammette, «pessimista ma non fatalista»; Thiel si dichiara girardiano «irriducibile nel senso che sono cresciuto con Girard più di quanto lui sia cresciuto con sé stesso». È una formula che rivela quanto la sua fedeltà al maestro sia, in realtà, una riscrittura.
Dall’ultimo libro di Girard, Portando Clausewitz all’estremo, Thiel ricava l’idea che la tecnologia abbia portato la capacità distruttiva delle guerre a un punto di non ritorno. Ma dimentica — o tace deliberatamente — che per Girard questo era un argomento a favore della pace, non della competizione tecnologica senza freni. Girard vedeva nel Vangelo una risorsa contro la violenza, non una mappa per navigarla strategicamente.
La stagnazione del progresso: una diagnosi trasformata in teologia
Thiel sostiene da decenni che il progresso scientifico e tecnologico si è arrestato, o almeno drasticamente rallentato, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. Gli esempi sono suggestivi: il Concorde, l’aereo supersonico, è stato dismesso; l’esplorazione spaziale è ferma; la guerra al cancro dichiarata dal presidente Nixon nel 1971 è ancora lontana dalla vittoria; la promessa di una settimana lavorativa di quattro giorni entro il Duemila non si è mai avverata. «Volevamo le auto volanti, ci hanno dato 140 caratteri», è la battuta più famosa di Thiel, un modo per dire che al posto di innovazioni capaci di trasformare la vita materiale abbiamo avuto solo social media.
Questa analisi ha una sua forza. È vero che la tecnologia dell’informazione ha fatto passi da gigante, mentre altre frontiere — l’energia, la medicina, i trasporti — sembrano progredire più lentamente di quanto ci si aspettasse. Ed è vero che l’enorme crescita nel numero di ricercatori e pubblicazioni scientifiche non si è tradotta automaticamente in scoperte rivoluzionarie. Bob Laughlin, premio Nobel per la fisica, citato da Thiel, sostiene che la maggioranza degli articoli scientifici prodotti siano sostanzialmente inutili: è una voce scomoda, ma non trascurabile.
Il salto che Thiel compie da questa diagnosi alla sua proposta è però vertiginoso e problematico. La stagnazione tecnologica diventa, nel suo schema, la prova che le forze del katechon — la regolamentazione, la burocrazia, il principio di precauzione, i movimenti contrari allo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale — stanno preparando il terreno all’Anticristo. Chi non accelera, in sostanza, prepara la schiavitù. È un’equazione che trasforma una questione di economia e politica della scienza in una lotta cosmica tra bene e male. E in questa lotta cosmica, Thiel si colloca naturalmente dalla parte del bene: è l’investitore che spinge l’accelerazione, l’intellettuale che sveglia chi dorme, il custode che tiene a bada il disastro.
Il «miracolo politico» e la democrazia sotto accusa
Uno dei momenti più acuti e insieme più inquietanti della conferenza riguarda la categoria del «miracolo politico». Thiel distingue tra tre tipi di miracolo: quello naturale-scientifico, che esclude come contraddizione in termini; quello soprannaturale, che ritiene poco plausibile come strumento dell’Anticristo; e quello politico, cioè la capacità di promettere l’impossibile, di fondere opposti inconciliabili, di vendere soluzioni che promettono di risolvere tutto senza che nessuno debba rinunciare a niente.
Per illustrare questa idea cita il racconto dell’Anticristo dello scrittore russo Vladimir Solov’ëv: nella finzione, il libro più venduto dell’Anticristo si intitola «La via aperta alla pace e alla prosperità universale». L’immagine gli serve per mostrare come la seduzione politica funzioni attraverso la promessa di eliminare ogni conflitto senza alcun sacrificio.
A questo punto il ragionamento si fa sofisticato. Thiel richiama quella che chiama la «coniugazione di Russell» — un meccanismo linguistico per cui la stessa realtà cambia completamente di segno a seconda delle parole con cui la si descrive. Un esempio classico: «informatore» e «spia» indicano la stessa persona, ma la prima parola è positiva e la seconda negativa. Thiel applica lo stesso meccanismo a «democrazia» e «populismo»: a suo dire, indicano la stessa cosa — il potere del popolo — ma la prima è usata in senso positivo dalla classe dirigente quando si parla del proprio sistema, la seconda in senso negativo quando si parla delle rivolte contro di esso. È un’osservazione linguistica non priva di verità. Ma Thiel la usa per minare la categoria stessa di democrazia, riducendola a strumento retorico della classe dominante.
Il riferimento filosofico implicito è ancora una volta Carl Schmitt, il giurista tedesco che negli anni Trenta del Novecento fornì le basi teoriche al regime nazista con la sua dottrina dello «stato di eccezione» — l’idea che il vero sovrano è chi decide quando sospendere le regole. Schmitt vedeva nel nemico la categoria fondante della politica, e nella democrazia un’illusione gestita da élite illuminate.
È qui che il pensiero di Thiel diventa, a mio avviso, insostenibile dal punto di vista della fede cristiana. Un cristiano può certamente riconoscere i limiti delle istituzioni democratiche, le loro corruzioni e le loro inefficienze. Ma ridurre la democrazia a un «miracolo politico» dell’Anticristo significa rovesciare completamente il rapporto tra fede e libertà che la tradizione cristiana ha faticosamente elaborato nel corso dei secoli. La dignità della persona umana, il primato della coscienza, la tutela delle minoranze: non sono valori «iper-cristiani» da collocare nel polo dell’utopia irrealizzabile, contrapposti al realismo politico. Sono conquiste della civiltà cristiana che Thiel sacrifica sull’altare di una geopolitica che fa comodo a chi detiene il monopolio della tecnologia.
Geopolitica e apocalisse: il pericolo di una pace ingiusta
Thiel affronta la situazione geopolitica contemporanea con un’acutezza che sarebbe disonesto non riconoscere. Secondo lui, il rischio maggiore del nostro tempo non è né la guerra totale né il governo mondiale, ma quella che chiama la «pace ingiusta»: una sistemazione dei conflitti che compra la stabilità al prezzo della libertà, che scambia la sovranità nazionale con la dominanza economica cinese, che produce uno stato di fatto privo della giustizia necessaria per sostenerlo. Il modello probabilistico che propone — meno del 20% di probabilità di una Terza Guerra Mondiale, circa 20% di una pace giusta, oltre il 60% di una pace ingiusta — è discutibile nei numeri, ma illuminante nella struttura.
Il riferimento alla Prima Lettera ai Tessalonicesi (5, 3) — «quando diranno pace e sicurezza, allora una distruzione improvvisa piomberà su di loro» — è pertinente sul piano teologico e acuto sul piano politico: la pace come slogan può nascondere le condizioni di violenza necessarie a ottenerla. Questa critica alla retorica pacifista che ignora le disuguaglianze di potere è legittima e merita attenzione.
Ma anche qui il ragionamento porta acqua al mulino di una posizione geopolitica ben precisa: la diffidenza verso le istituzioni internazionali, il sospetto verso qualsiasi forma di governo sovranazionale, la preferenza per un ordine mondiale basato sulla competizione tra potenze nazionali. Non è una posizione teologicamente neutrale. È una posizione che serve interessi concreti, tra cui quelli di Palantir, l’azienda fondata dallo stesso Thiel che vende tecnologia di sorveglianza e intelligence ai governi di mezzo mondo.
Chi dice di temere la fine del mondo e intanto la accelera
Il limite più profondo del pensiero di Thiel — quello che un lettore cristiano non può non vedere — è la contraddizione che sta al suo centro. Thiel si presenta come il custode che trattiene l’apocalisse, il cristiano sveglio che non si addormenta come i discepoli nel Getsemani. Ma la sua proposta concreta — accelerare la tecnologia, resistere a ogni regolamentazione, favorire la frammentazione geopolitica, costruire sistemi di sorveglianza globale — è esattamente ciò che potrebbe rendere più probabile, non meno, il tipo di catastrofe che dice di temere.
L’intelligenza artificiale che cita come precursore dell’Anticristo — o almeno del suo regno — è la stessa in cui ha investito miliardi. I sistemi di sorveglianza che potrebbero consentire un governo totalitario mondiale sono quelli che la sua azienda, Palantir, costruisce e vende. La frammentazione geopolitica che invoca come freno al governo mondiale è anche ciò che rende più difficile affrontare le minacce che riguardano l’umanità intera — il cambiamento climatico, i rischi biologici, la proliferazione nucleare — e che egli stesso elenca. È, come qualcuno ha osservato con precisione, un architetto della fine che dice di temerla.
Questo non significa che Thiel sia in malafede. I pensatori più pericolosi sono spesso quelli più sinceri. Significa che il suo schema concettuale è costruito in modo da rendere invisibili le proprie contraddizioni. La teologia funziona qui come schermo ideologico: i concetti di Anticristo e katechon vengono usati non per aprire un discernimento sulla storia — cioè un esame attento e meditato — ma per chiuderlo in una griglia interpretativa che porta sempre alle stesse conclusioni, e sempre a vantaggio degli stessi interessi.
Ciò che resta e ciò che manca
Sarebbe sbagliato liquidare il pensiero di Thiel come semplice propaganda del capitalismo tecnologico travestita da teologia. C’è in esso una sensibilità autentica per dimensioni che molti cristiani contemporanei hanno abbandonato: la serietà delle pagine bibliche sulla fine dei tempi, il rifiuto di ridurre la fede cristiana a un generico buonismo progressista, la consapevolezza che la storia ha una direzione e non è solo una sequenza casuale di eventi. Il suo rifiuto di «dormire» di fronte ai rischi del tempo presente ha una risonanza evangelica genuina.
Ciò che manca, però, è l’essenziale. Manca Cristo. Non per caso, Thiel dichiara esplicitamente, all’inizio della conferenza, che nelle quattro lezioni non parlerà molto di Cristo. La figura di Gesù nel suo discorso compare come punto di riferimento per definire l’Anticristo — chi gli somiglia, chi lo imita — ma raramente come Signore della storia, come persona vivente, come presenza capace di trasformare. Manca la Chiesa come corpo vivo e non solo come istituzione da analizzare con gli strumenti della politica. Manca la preghiera come pratica che nessuna analisi può sostituire. Manca la gratuità del dono, che è il contrario della logica del katechon usato come strumento di controllo.
Manca soprattutto il povero. Madre Teresa è collocata nel polo dell’«Iper-Cristianesimo», come un eccesso da bilanciare con il realismo politico. La teologia della liberazione sta dalla parte dell’utopia irrealizzabile. I poveri, nella visione di Thiel, non sono il luogo privilegiato della presenza di Cristo, come insegna il Vangelo; sono una variabile del progresso tecnologico, da gestire eventualmente con un reddito di base universale se la Silicon Valley diventa troppo diseguale.
Ascoltare Thiel con attenzione è utile. Illudersi che la sua sia una teologia cristiana seria sarebbe un errore. È, piuttosto, una teologia politica al servizio di un progetto di potere: sofisticata, erudita, genuinamente preoccupata per certi rischi del presente, ma incapace di uscire dalla logica che denuncia. La vera domanda che Thiel pone — come evitare che la tecnologia diventi strumento di dominio totalitario — è una domanda cristiana urgente. La risposta che offre — affidarsi agli imprenditori visionari che accelerano l’innovazione — è, dal punto di vista della fede, la risposta sbagliata.
Nel dipinto di Luca Signorelli che Thiel cita e mostra — il Sermone dell’Anticristo — il pittore si autoritrae nell’angolo in basso a sinistra, guardando direttamente lo spettatore. «La cosa più importante nel dipinto sei tu», commenta Thiel. «La domanda è: come reagirai all’Anticristo?» È una domanda buona. Ma il cristiano che ha imparato a pregare sa che la risposta non si trova nell’accelerazione tecnologica. Si trova nell’amore concreto, nella giustizia, nella speranza che non viene da noi.


La questione del katéchon è affascinante e ritorna periodicamente al crocevia tra religione e politica. Ricordo ad esempio Cacciari che nel 1993 chiedeva a Giovanni Paolo II di smettere di fare il katéchon: col senno di poi, questo appello non aveva a che fare con l’escatologia, ma forse con il destino della società capitalistica (Giovanni Paolo II ha fatto da freno alla caduta del capitalismo dopo aver accelerato quella del socialismo reale). L’uso che Thiel fa di questo termine, che a mio avviso è un marcatore semantico di posizioni gnostiche, è più insidioso, perché ne rovescia il senso: per non accelerare i tempi ultimi bisogna togliere vincoli. E’ una gran bella contraddizione - e sappiamo bene chi è che rovescia i significati…
Grazie dell’analisi, Padre Antonio, molto chiaro! Mi sembra che come dici alla fine, la chiave del discorso di Thiel sia un mascheramento molto sofisticato della lotta per il potere di questo mondo. Ogni regola lo trattiene, non vuole limiti. Veramente fa paura.